Rodolfo Vanoli è nato a Gavirate l’11 gennaio 1963 ed è diventato ‘giocatore’ facendo tutta la trafila delle giovanili con la maglia del Varese Calcio. Con i biancorossi è arrivato anche al professionismo nella stagione 1981/82, quella del casino organizzato di Fascetti, pur non indossando mai la maglia della prima squadra in una gara ufficiale, prima di spiccare il volo e girare tutta l’Italia da Nord a Sud, da Lecce a Udine tanto per intenderci.
Il suo palmares parla di 350 presenze tra i professionisti come calciatore e una carriera di allenatore iniziata nel 2001 a Mendrisio che gli ha già regalato diverse soddisfazioni come la vittoria del campionato sloveno con l’Olimpia Lubiana nel 2016. In Italia, dopo l’esperienza con la Primavera dell’Udinese nel biennio 2007/09, è stato alla guida del Bisceglie in Serie C dove in rosa aveva anche un certo Giulio Ebagua

E’ passato a trovarci in redazione con l’amico ‘Briciola‘, assistente di Bettinelli al Malcantone in Svizzera, per una lunga chiacchierata. Gli piace parlare di calcio, del suo mondo, ma anche della vita di tutti i giorni e dell’emergenza che la pandemia sta riservando a tutti noi. Conosce la mia passione per le maglie e allora ha iniziato a raccontarmi della maglia che gli ha regalato Maradona e di come sia rimasto colpito dalla morte improvvisa del campione.
“Ho avuto la fortuna di giocarci contro diverse volte e, soprattutto, quella di conoscerlo di persona. In occasione dei mondiali del 1986, poi vinti proprio dall’Argentina, ero stato con Pasculli, mio compagno a Lecce, a trovare Maradona. Al termine della partita di campionato Lecce-Napoli mi aveva promesso che mi avrebbe dato una sua maglia e, in quell’occasione, mantenne l’impegno e mi diede una sua numero 10. Di Maradona, oltre alle doti calcistiche indiscutibili, ho apprezzato quelle umane. In campo ho giocato contro campioni come Zico, Gullit, Van Basten, tanto per citarne alcuni, ma come faceva brillare gli occhi agli avversari Maradona, non riusciva a farlo nessuno, aveva qualcosa di magico. Fuori dal campo era di una generosità che non aveva eguali e la sua unica colpa è stata quella di essere stato vittima di se stesso, della sua malattia che non è riuscito a sconfiggere. Non si drogava per giocare meglio, anzi, si drogava per colmare le sue debolezze lontano dal rettangolo di gioco e nessuno è riuscito a salvarlo”.

La tua carriera da allenatore come va?
“Sono stato a Bisceglie nel recente passato. Nella stagione 2018/19 sono subentrato a gennaio in una situazione di difficoltà estrema e ci siamo salvati ai playout dopo una vera e propria battaglia con la Paganese. L’anno successivo ero stato riconfermato ma a ottobre la dirigenza ha deciso di esonerarmi con la squadra a pochi punti dalla vetta in piena zona playoff. Ora sono alla finestra ad aspettare la giusta chiamata. Ho avuto qualche contatto con alcune squadre di Serie C ed altri con formazioni estere. L’Olimpia Lubiana mi ha offerto una buona opportunità ma lì ho vinto il campionato, il loro primo campionato di Serie A slovena e quindi ho lasciato un ottimo ricordo. Non ci sono, in questo momento, i presupposti per fare altrettanto bene e così ho deciso di non accettare”.

Ci hai parlato del Bisceglie della scorsa stagione, in quel Bisceglie c’era anche Giulio Ebagua che a breve dovrebbe andare a nozze col Città di Varese: cosa ci puoi dire?
“Non sta a me giudicare il giocare, né tanto meno raccomandarlo alla dirigenza biancorossa. Sento in questo momento tante voci su Ebagua e tante opinioni, io ti posso dire solo che quando in campo c’era da fare la guerra mi bastava uno sguardo nei suoi occhi che hanno sempre risposto: presente!”.

Un altro legame particolare con questo Città di Varese è rappresentato dalla forte amicizia con mister Ezio Rossi.
“Se ci penso a come è nato tutto, ancora oggi mi vengono i brividi per le incredibili coincidenze. Il Lecce di mister Fascetti, il nostro Fascetti, doveva venire a Varese per la gara di campionato di Serie B Varese-Lecce. Il 2 dicembre 1983 Lo Russo e Pezzella, due calciatori giallorossi, per paura di prendere l’aereo decisero di venire col treno a differenza di tutta la squadra. Un incidente stradale se li è portati via e quella lacuna ha spalancato la porta a me ed Ezio che ci siamo trasferiti in Puglia col mercato invernale. Eravamo in camera insieme ed è nata un’amicizia fraterna che ci lega ancora oggi”.
Sei stato a trovarlo a Brenno durante gli allenamenti, cosa ti ha raccontato?
“Non fare il furbetto con me, sai che nel mondo del calcio tutto quello che si dice in spogliatoio deve rimanere lì. Ti posso dire però quello che penso io conoscendo la realtà di Varese e il mister. Quella biancorossa è una piazza importante che nel mondo del calcio ha ancora un nome e un blasone che contano parecchio. Rossi, e ne sono certo, è l’uomo giusto al posto giusto che sta dando l’anima per la causa biancorossa. Tra poco inizieranno ad arrivare i risultati e allora ti toneranno in mente queste mie parole”.

La situazione in generale, restando nel mondo dello sport, causa Covid è veramente preoccupante. Solo il professionismo tiene botta, tutto il dilettantismo e il mondo giovanile è fermo. Che idea ti sei fatto, c’è chi pensa ad una ripresa imminente?
“Questa situazione mi ha fatto molto riflettere e mi ha portato a pensare che molto di questa difficile situazione arrivi dall’egoismo delle persone. Tutti dovremmo pensare che ci sono delle regole da rispettare e vanno rispettate per il bene di ognuno di noi. Bisognerebbe usare il buon senso, invece spesso si pensa alla scorciatoia per aggirare la regola. Bisognerebbe mettere al primo posto i valori importanti della vita: la famiglia, la scuola, sentimenti importanti che ci fanno capire come è meglio comportarsi. Non bisogna avere fretta e pensare di dover riprendere al più presto a tutti i costi. Facciamolo al momento giusto, in sicurezza e quando si può veramente giocare una partita di calcio. Ovviamente diverso è il discorso per i professionisti: mio fratello Paolo è nello staff di Antonio Conte all’Inter e ti posso garantire che anche lì, nonostante siano in un ambiente ovattato, c’è un po’ di timore e di consapevolezza per quello che succede fuori. Hanno controlli rigidissimi, tamponi in ogni momento e questo di certo non aiuta”.

Michele Marocco

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