Schegge di basket giovanile. Gigi Piatti: “Un onore la maglia della Robur. Sogno di allenare a Varese”

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Ci sono volti che per qualche tempo escono dal tuo “radar” che, nella maggior parte dei casi, ha un limitato raggio d’azione. Ma tu sai che ci sono ancora. Qualcuno te ne ha parlato, magari di sfuggita oppure qualcosa, su di loro, ti è capitato di leggere. Gigi Piatti, classe 1966, appartiene alla folta schiera di volti che, per vari motivi, viaggiano in orbite quasi al limite dei cerchi concentrici descritti dal radar ma, appunto, ci sono, pulsano e segnalano la loro bella presenza.
Quella di Gigi, varesino purosangue con casa di famiglia in via Sanvito Silvestro, si è manifestata nelle numerose foto che lo ritraggono con la canotta Robur et Fides ed è stato un grande piacere ritrovarlo, parlare a lungo con lui e scoprire il nuovo percorso di vita che lo ha trasportato lontano dalla città: a Scandiano, provincia di Reggio Emilia, luogo in cui Gigione vive, lavora e ha costruito la sua “famigliola”: sua moglie Ester Knopp, ex-cestista nazionale ungherese e quattro figli: Giacomo, 2004, Caterina, 2006, giocatrice molto promettente ingaggiata da Costa Masnaga, e due gemelli, Francesco e Tommaso, nati nel 2013.

Piatti, ala dotata di talento fisico-atletico, fondamentali di rara pulizia tecnica e innata eleganza, è un purissimo prodotto Robur e in via Marzorati ha trascorso la prima parte della sua vita ricavandone grandissime soddisfazioni e imparando il “mestiere”. 
“In realtà – precisa Gigi -, la prima parte della mia vita non inizia nella palestra di via Marzorati, bensì in quella di via Limido, sede della Ginnastica Varesina di Ginnastica Artistica agli ordini del Maestro professor Baggioli. La ginnastica artistica mi piace molto e, devo dire, ancora oggi sento i benefici di quell’attività che mi ha regalato elasticità e coordinazione. Però, col primo sviluppo supero di colpo i 180 cm e la ginnastica, per ovvie ragioni “di misura”, diventa impraticabile. Allora passo al tennis, sport in cui sento parlare di Alberto Prina che, ai tempi, era davvero molto bravo e in seguito diventa mia compagno di suadra. Alla fine i richiami della pallacanestro “suonati” da mio padre Teodoro, detto Rino, e da mio cugino Dodo Colombo, notissimo coach roburino, hanno la meglio su tutto. Il mio primo coach nelle giovanili, categoria Propaganda, è Marco Abatini, chiamato “Mister 100” perché ci “sparava” serie di 100 addominali alla volta. Nelle categorie successive mi allenano il dottor Pacchetti, Molina, Chiapparo e Passera. Con Franco alla guida raggiungiamo il top del risultati a livello giovanile: le finali nazionali juniores disputate a Cantù, un premio giusto e meritato per il nostro gruppo ’66-’67 che in tutti gli anni di settore giovanile si fa un “mazzo tanto”, migliora parecchio e, non a caso, alcuni di noi sono presi in considerazione anche per la prima squadra”.

Ecco, la prima squadra, un traguardo che hai conquistato prestissimo.
“Arrivare in prima squadra, anzi, il solo allenarsi con i “grandi” allora rappresentava davvero la realizzazione di un sogno perché io ero diventato grande facendo il tifo e ammirando eccellenti giocatori come Lepori, il “Dottor Balanzoni”, Eugenio Canavesi, Cedro Galli, Guanziroli e via discorrendo. Quindi, essere convocato da coach Dodo Colombo come aggregato in prima squadra significava davvero moltissimo”.

Che ricordi hai di quel periodo di noviziato?
“La cosa più importante è legata al senso di protezione trasmesso dagli “anziani” nei nostri riguardi. Ognuno di loro, in base al carattere, si dava da fare per insegnarti qualcosa di valido tecnicamente e umanamente. Qualcuno dimostrava grande gentilezza; qualcun altro magari si comportava in modo più brusco; altri ancora ti spiegavano per filo e per segno cosa dovevi fare. Però, in tutti quanti coglievo interesse e attenzione. Poi, è chiaro, ricordo un po’ meglio i gomiti appuntiti di qualche mio compagno e le pallonate di Dodo che, in allenamento, mi obbligavano ad essere sempre pronto e attentissimo”.

In che data il “battesimo” del campo?
“A fine campionato ’82/’83 ed è il classico battesimo del fuoco perchè avviene nella partita più importante della stagione: gara-3 di playoff contro l’Omega Bilance Busto. In palio c’è nientemeno che la promozione in serie B. La partita è punto a punto, ma la nostra situazione falli nel secondo tempo diventa una faccenda seria e rischia di compromettere tutto. Allora coach Colombo, seppur costretto dalle circostanze, mi butta in campo in un frangente delicatissimo e io, con mia stessa sorpresa, riesco a offrire un buon contributo sui due lati del campo. Da quel giorno, di fatto, non esco più dal giro della prima squadra. Per me saranno sette anni in serie B tutti favolosi, bellissimi e vissuti con grande entusiasmo perché, mi ripeto, giocare al fianco dei idoli come Lucarelli, “Monaldo Lesica” (così lo chiamava Lucky…), Pagani, Ferraiuolo, Guidali, Dellacà, Schizzarrotto, Cappelletti, Caneva, Gualco, Della Fiori, Toto Rodà, Zanzi, Rossetti, Brakus, Guidali, Buzzi Reschini, al mio indimenticabile amico Chicco Zorzi, e chissà quanti ne sto dimenticando, è il massimo per un ragazzo “targato R&F” e in seguito scegliendo il numero di maglia passo dal 12 perché indossato da Caneva al 9 vestito da Buzzi”.

Altri ricordi?
“Beh, i primi tempi gioco pochino e sventolo tanto l’asciugamano in panchina tant’è vero che mia cugina Laura, sempre presente alle partite, abitualmente stendeva sulle tribune di Masnago un lenzuolo con la scritta “Gigi panchinaro” e insieme ai mio fratello Alberto e mia sorella Barbara era tutto un fiorire di prese in giro. Poi, man mano trovo sempre più spazio fino a conquistarmi un posto fisso nelle rotazioni come giocatore importante. Invece, nella categoria “rammarico”, mi resta quello di aver solo sfiorato il grande risultato con la Robur perché nelle varie edizioni dei playoff siamo sempre arrivati ad un millimetro dal colpaccio, ovvero dalla promozione in serie A che, forse, avrebbe cambiato i nostri destini”.

Finita, o quasi, la saga roburina cominci a viaggiare, giusto?
“Esatto: la mia prima tappa è Modena, poi San Benedetto del Tronto cui seguono un fugace ritorno all’ABC e un altro a Modena, club che mi offre la prima opportunità di allenare a livello giovanile. Ormai la mia strada da giocatore è segnata perché la passione per il mestiere di coach, che esercito da oltre vent’anni, aumenta sempre di più e prende il sopravvento. A Scandiano alleno i giovani e la prima squadra femminile portandola dalla C alla B e dalla B alla A2, ma purtroppo i dirigenti decidono di non iscrivere la squadra alla categoria. Così mi sposto a Fiorenzuola, sempre femminile, vincendo un altro campionato di B e nel 2004 affronto la prima stagione da professionista ingaggiato dalla Virtus Siena come coach per il settore giovanile e come assistente in B1. Con gli juniores, allenando un gruppo largamente sotto età, perdo la finalissima scudetto nel derbyssimo contro la Mens Sana Siena, ma ho il piacere e il privilegio di allenare giocatori di valore assoluto come Bruttini, Rullo, Cutolo, Alessandri e così via. Torno a Scandiano nel doppio ruolo di g.m. e allenatore di gruppi giovanili e della squadra di B femminile, mi sposto a Cavezzo vincendo la A2 femminile, ma anche questi “giro” mi si nega la serie A perché la dirigenza rinuncia all’iscrizione. Il “tour” continua per due campionati a Verona San Bonifacio, alla Libertas Bologna con vittoria in Coppa Italia e sconfitta contro Orvieto nella finalissima per la serie A1, Broni e Ferrara in A2 femminile. A questo punto, vicissitudini famigliari interrompono il pendolarismo del professionista e mi consigliano di restare a Scandiano, il mio porto di riferimento nonché l’approdo sempre sicuro con dirigenti e persone cui sono molto legato e a cui penso di aver dato molto. Il tutto per descrivere una carriera e un percorso tecnico da professionista che dura ormai da 16 anni. Oltre tre lustri tutti costruiti solo col sudore della mia fronte e senza aver mai chiesto l’intervento dei procuratori: un qualcosa che nel mondo del basket di oggi mi rende estremamente orgoglioso”.

Una vita movimentata e tante belle esperienze in giro per l’Italia, ma cosa ti lega ancora a Varese?
“Prima di tutto la mia famiglia e i tantissimi amici che ho lasciato. Ragazzi con cui ci sentiamo spesso e vedo tuttora, ogni qual volta torno a casa per salutare mamma Lalla, i miei fratelli e i parenti. Varese, non può essere diversamente, è il mio luogo  dell’anima, quello che custodisce le emozioni della mia gioventù”.

Il momento dei ricordi impone di citare i tuoi quintetti varesini “All-Time” per il livello giovanile e quello senior.
“Per le giovanili indico: Sergio “Spazeta” Macchi, Paolo Baldini, Chicco Zorzi, Andrea Degli Innocenti e Massimo Martinoli. Per il livello senior un quintetto non può bastare, quindi ti cito un’intera squadra: Rodà, Beppe Gergati, Buzzi, Caneva, Della Fiori, Zanzi, Lesica, Gualco, Zorzi e Lucarelli. A proposito di Zorzi che, purtroppo, come molti sapranno, è scomparso di recente, vorrei aggiungere che Chicco è stato davvero un  nostro grandissimo amico. La sua morte ci ha colpiti nel profondo, ma pur nella tragedia ha prodotto un effetto positivo esattamente come quando Chicco era sul parquet: ha ulteriormente riavvicinato tutti quelli che lo conoscevano, apprezzavano e amavano. Grazie all’attivismo di Gianni Chiapparo, grandissima persona, Chicco è sempre presente nei nostri pensieri e nelle nostre conversazioni e, come quando giocava, è il “collante virtuoso” del nostro gruppo”.

E il tuo futuro: come lo disegni?
“Con tratti decisamente positivi. I problemi famigliari, facendo i debiti scongiuri, sono ormai alle spalle e covid-19 permettendo, spero di riprendere al più presto la mia carriera da coach professionista perché allenare e veder crescere e migliorare le squadre che mi sono affidate è una sensazione stupenda”.

Professionista, l’ho già detto, in molte piazze italiane, ma non ancora nella tua “patria”: come mai?
“Sinceramente non so: però – conclude in tono sereno Gigi -, io sono disponibile e, per inciso, sarei davvero entusiasta e felice di allenare a casa mia. Quindi, parliamone”.

p.s.: ma credi che tra i “ragazzi” della Fulgor troverei un posticino per fare due tiri quando torno a Varese?

Massimo Turconi

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