Il basket varesino si è svegliato tra la pioggia di stamane, le lacrime e il dolore per la scomparsa di un grande personaggio: Dodo Colombo. Se ne va a 79 anni un pezzo di storia della pallacanestro della Città Giardino, lasciando un vuoto enorme tra tutti coloro che hanno avuto il piacere di conoscerlo. 

Colombo partì come giocatore della Robur Et Fides, per poi diventarne allenatore. Ma il suo nome resta indissolubilmente legato ai Roosters e allo scudetto della Stella, come vice allenatore tra il 1998 ed il 2001 di quella gloriosa squadra che fece innamorare tutta una città. Ha concluso la sua carriera a Gallarate in una vita di sport dedicata alla crescita dei ragazzi; maniacale nei fondamentali e in quello che è il rispetto degli avversari, nei valori fondanti di questo sport. 

La sua vita sportiva è stata indissolubilmente legata a Gianni Chiapparo, con cui ha condiviso molto e che con la voce rotta dal pianto lo ricorda così: “Dodo è stato per me una figura fondamentale. Mi ha cresciuto in tutto il settore giovanile alla Robur Et Fides, insegnandomi i fondamentali e la pallacanestro. Soprattutto mi ha insegnato come vivere, perché guai se sgarravamo. Mi ha insegnato il rispetto per gli avversari e come squadra, anche se potevamo vincere di 100 lui ci insegnava a fermarci prima, nel rispetto dell’avversario, non come tante squadre dove gli allenatori omaggiano i ragazzi se vincono di tanti punti in più rispetto a quelli necessari. A livello di gioco, il nostro era un gioco di squadra dove tutti eravamo al servizio del gruppo. Si è sempre portato dietro questa cosa, non in ultimo i tre giocatori dei Roosters che lui allenava la mattina: Santiago, Galanda e Zanus Fortes e che sono migliorati moltissimo sotto le sue sapienti mani, portando poi la loro crescita al servizio della squadra. Era un allenatore maniacale nell’insegnare i fondamentali e i particolari più importanti fino alla morte. Questa è una cosa che mi ha trasmesso e per il quale gli sarò sempre grato. Gli devo tanto, sia come giocatore che poi come allenatore. Ho imparato ad usare la mano destra come la sinistra, punto che per lui era fondamentale, ma soprattutto ho acquisito quel rispetto per l’avversario, come dicevo prima, che mi ha segnato non solo come allenatore ma anche come uomo. È stato un grandissimo personaggio di sport e mancherà moltissimo a tutti quanti”. 

Alessandro Burin 

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