Il presente, si sa, è incerto e la frase più frequente che più si sente sussurrare in questo periodo “bastardo e sospeso” è: “Si naviga a vista”. Del domani, si sa pure questo, “non v’è certezza”. Così, di fatto, se vuoi argomentare di pallacanestro non ti rimane che il passato.
Durante il periodo in cui l’invito è stato “Restate a casa”, non c’era niente da fare che provare a mettere un po’ d’ordine in un archivio sempre troppo incasinato. Dai cassetti e dagli scaffali saltano fuori libri, appunti, foto, ritagli di giornale e chi più ne ha, più ne metta.
Foto. Tante. Ognuna delle quali racconta una storia. Cristallizza un momento. Movimenta ricordi. Trascina emozioni. Innesca spunti di riflessione. E tanto, molto d’altro ancora.

Appena gli mostro queste foto – quelle che immortalano vari momenti del favoloso Mc Donald’s Open, disputato al Forum di Assago nell’ottobre del 1999 -, Massimo Galli, ex coach dei Roosters Pallacanestro Varese, scatta immediatamente, come meccanismo riflesso, la canzone “Happy Days” cantata da Pratt And McClain. 
Già, “Giorni felici”, quelli. Probabilmente i più felici, certamente i più sereni della breve avventura di Galli, per tutti semplicemente Cedro – ormai senza nemmeno le virgolette, come fosse un secondo nome acquisito e rinsaldato dalla storia – sulla panchina dei Campioni d’Italia.
“Non posso che confermare la tua sensazione: i giorni in cui abbiamo disputato il Mc Donald’s Open sono stati certamente i più elettrizzanti non solo della mia breve parentesi varesina ma, credo, di tutta la stagione in seguito non esattamente brillante vissuta dai Roosters. Giorni che, a conti fatti, sono stati almeno sette-otto perché tra questi vanno giustamente conteggiati anche quelli che hanno preceduto e seguito quell’incredibile manifestazione cui abbiamo avuto l’onore, il privilegio e la fortuna di partecipare. A questo proposito vorrei sottolineare con forza il concetto di “fortuna” perché quella di Milano 1999 è stata l’ultima edizione di questo prestigioso torneo internazionale che, è giusto ricordare anche questo, per diversi anni (dal 1987 ndr) ha rappresentato per il resto del mondo l’unica possibilità di potersi misurare con i fenomeni  dell’NBA. Poi, sapere che Varese insieme a Milano, Virtus Bologna, Treviso, Pesaro ha scritto il suo nome nell’albo d’oro delle partecipanti italiane, rende il tutto ancora più bello e gratificante”.

Cosa ricordi sotto il profilo tecnico di quel Mc Donald’s?
“In tutta sincerità devo dirti che in tutte le gare del torneo gli aspetti tecnici e tattici passarono nettamente in secondo piano rispetto a quelli, per così dire, “umani”. Noi avevamo già iniziato il campionato e, di più, eravamo impegnati sul doppio fronte anche in Eurolega. Quindi, scegliemmo di non “ammazzarci” tecnicamente e tatticamente privilegiando, direi in maniera del tutto legittima, la piacevolezza di poter vivere al mille per cento l’evento animati solo da un’idea: giocare a viso aperto e affrontare tutti gli avversari con, se mi consenti la similitudine, lo “spirito del campetto”. Del resto i miei giocatori, tutti esperti e ampiamente “collaudati”, sapevano leggere e quindi adeguarsi ad ogni tipo di situazione, mentre dal punto di vista mentale non avevano certo bisogno di motivazioni perché bastavano i nomi delle squadre presenti: San Antonio Spurs, campioni NBA, Vasco da Gama, campioni sudamericani, Žalgiris Kaunas, campioni d’Europa, Adelaide 36ers, campioni dell’Oceania; Sagesse Hekmeh Club, squadra libanese campione d’Africa e noi con lo scudetto sul petto conquistato l’11 maggio di quell’anno. Così, con la testa libera giocammo bene gara-1 contro Sagesse Libano sfiorando quota 100 (98-88) e in virtù di questo successo guadagnammo il diritto di sfidare San Antonio in una gara che, di fatto, dominammo – partenza da 16 a 3, 41 a 27 per noi all’intervallo – per oltre 35 minuti mettendo sotto duramente gli Spurs di Tim Duncan, David Robinson, Antonio Daniels, Avery Johnson, Steve Kerr e soci. Una partita per la quale mi porterò appresso un ricordo indelebile: l’arbitraggio abbastanza scandaloso che, da un certo punto in avanti, permise ai texani di mettere in mostra una pallacanestro decisamente ruvida e, per usare un eufemismo, molto “energica”, specialmente contro i nostri lunghi. Ne fece le spese Daniel Santiago che, infortunato, non rientrò più sul parquet spostando così in modo evidente la freccia del match in direzione San Antonio. Insomma: arbitri nettamente pro-Spurs, a conferma che tutto il mondo è paese e a pagare sono sempre i “piccoli” che finiscono cornuti e mazziati. Non a caso nel momento-clou della partita noi perdemmo per falli Vescovi, di gran lunga, e clamorosamente, l’MVP del match (20 punti per Cecco ndr) e Glenn Sekunda, mentre gli Spurs conclusero senza un graffio e vittoriosi 96-86. Però, ribadisco, per quasi tutta la gara il sogno ebbe solo due colori: bianco e rosso e solo in un finale contestato si videro il nero e argento di San Antonio. Peccato, sarebbe stato bello, e forse meritato, entrare nel librone della storia del basket come la prima squadra europea capace di battere un team NBA. Però, ci siamo andati vicinissimi e questa punta di orgoglio resterà sempre accanto alla Pallacanestro Varese, a Pozzecco, Meneghin e compagni e, perché no, anche a me come momento magico della mia carriera da coach”.

Massimo Turconi


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