“Una foto, una storia”, la favola di Lella Battistella: “Quella sfida a Busto con la spinta di mio marito”

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Il presente, si sa, è incerto e la frase più frequente che più si sente sussurrare in questo periodo “bastardo e sospeso” è: “Si naviga a vista”. Del domani, si sa pure questo, “non v’è certezza”. Così, di fatto, se vuoi argomentare di pallacanestro non ti rimane che il passato.
Poi, siccome l’invito è “Restate a casa”, non resta altro da fare che provare a mettere un po’ d’ordine in un archivio sempre troppo incasinato. Dai cassetti e dagli scaffali saltano fuori libri, appunti, foto, ritagli di giornale e chi più ne ha, più ne metta.
Foto. Tante. Ognuna delle quali racconta una storia. Cristallizza un momento. Trascina emozioni. Innesca spunti di riflessione. Ma soprattutto movimenta ricordi. E tanto, molto d’altro ancora.

La foto di oggi, quella di Graziella “Lella” Battistella, famosa giocatrice degli anni ’70, ti spedisce immediatamente, alla velocità della luce e senza passare dal via al significato più vero e profondo di una parola: favola.

Cos’altro può infatti essere la storia di Lella se non una bellissima, stupenda favola a lieto fine? Cos’altro può infatti essere la vicenda di una ragazza che nel giro di pochi anni passa dai campetti oratoriani a palazzi dello sport giganteschi? In quale altro modo può essere definita l’avventura di una ragazza che in breve tempo passa dal giocare con le amiche al sollevare al cielo la Coppa che spetta alle Campionesse d’Europa?
“Favola? Sì, ci può stare e ripensandoci – dice Graziella Battistella, oggi elegantissima signora di quasi…. anta anni -, quello che mi è successo se non è una favola, le assomiglia davvero tanto”.

A questo punto, serve il racconto con un classico incipit: c’era una volta…
“Ok – risponde con un mezzo sorriso Lella -. C’era una volta una ragazza di 23 anni che giocava, solo per divertimento nel campionato di Promozione, nella squadretta dell’oratorio “Vasari” di Milano, zona Porta Romana. Con quella squadra ad inizi anni ’70 disputiamo e vinciamo, a Busto Arsizio, le finali del campionato italiano CSI. Ricordo il palazzetto di Busto pieno come un uovo e tantissima affluenza nei tre giorni dedicati alle finali. Tra i tanti spettatori si aggirano anche numerosi addetti ai lavori e, tra questi, c’è Carlo Cattaneo, allenatore della Antoniana Pino Tic, squadra che allora disputava la serie A2. Evidentemente le mie prestazioni in quelle finali devono aver destato l’attenzione di coach Cattaneo che, qualche giorno dopo nel corso di un incontro a  Milano mi chiede di trasferirmi a Busto per giocare in prima squadra, in A2”.

Effetto di quella proposta?
“Effetto multiplo che definirei un mix di sorpresa, imbarazzo e sconcerto. Sorpresa perché – spiega Battistella -, ovviamente non mi aspettavo né un simile interesse, né così tanta attenzione nei miei confronti. Imbarazzo perché, in quelle partite, non mi sembrava di aver fatto delle cose così importanti. Ma, come dicevo, soprattutto sconcerto perché, fino a quel momento, la pallacanestro per me rappresentava solo un modo per fare “movimento” e un po’ di attività sportiva. Insomma, niente più che un passatempo, peraltro abbastanza impegnativo perché toglieva ore ad altre attività ben più gravose: mio marito, la famiglia, il mio lavoro da impiegata all’AGIP”.

E come ha superato lo sconcerto?
“A darmi la spinta decisiva interviene proprio Ezio, mio marito il quale, giustamente, mi fa notare che la proposta di Busto rappresenta comunque un’opportunità, anzi, una sfida che sbagliato lasciar passare o, peggio, ignorare. Ezio mi invita a credere nei miei mezzi e, detta in termini più pragmatici, mi consiglia di “mettermi alla prova”. Insomma, la fiducia del coniuge esercita un ruolo fondamentale così accetto la proposta di Busto ponendo una sola condizione: voglio continuare la mia attività lavorativa e, ribadisco con forza, il falso professionismo non fa per me. Pertanto, nel settembre del 1973 inizio la mia esperienza agonistica con la Pino Tic con un ritmo incalzante: giornata in ufficio, borsa con gli indumenti per allenamento già in macchina, corsa verso Busto e ritorno a casa verso le 22 ogni sera. Stancante, ma bello e stimolante”.

L’esperienza però, subito entusiasmante, aiuta…
“Direi proprio di sì anche se i primi tempi sono davvero durissimi perché oltre ad essere arrivata in un gruppo di ottime giocatrici devo imparare come si gioca e, più di tutto, come ci si allena a quei livelli. Per superare gli ostacoli e riempire il fossato viene in aiuto il mio carattere. Per natura sono caparbia, esigente con me stessa, perfezionista e, come si usa dire, “tignosa”. In ogni allenamento cerco di rubare il mestiere alle mie compagne più esperte, non mi tiro mai indietro se c’è da lottare e con grandissima umiltà sono pronta ad imparare da tutti. In particolare da coach Carletto al quale, senza mezzi termini, come giocatrice devo tutto. Cattaneo, infatti, dopo avermi scelto mi sottopone ad una tanto massacrante quanto costante razione di fondamentali ed i suoi insegnamenti sono determinanti perché solo con la grinta non avrei mai calcato i parquet di serie A. Quindi, dopo un comprensibile periodo di rodaggio perché, ricordo, io continuo entro bene nel meccanismo bustocco e insieme alla mie compagne, tutte davvero bravissime, disputiamo un campionato incredibile e tra la sorpresa generale, in un PalaAriosto sempre stracolmo, conquistiamo la promozione in serie A1”.

L’anno dopo, il primo al top e con la maglia Ceramiche Forlivesi, è quello che sancisce la sua definitiva consacrazione.
“Esatto: il mio primo anno in serie A, anzi, il nostro primo anno in A è più che positivo e sulle ali della grande coesione esistente fra noi e de buonissimo lavoro svolto in precedenza ci piazziamo a metà classifica togliendoci qualche soddisfazione contro squadroni più importanti e blasonati. Invece, sotto il profilo strettamente personale, continuando la mia crescita tecnica e fisica divento una giocatrice in grado di garantire impatto nel ruoli di ala e in caso di necessità anche da centro. La naturale predisposizione per i rimbalzi mi lancia nelle classifiche di questa specialità e a fine stagione vengo contattata dai dirigenti del GEAS Sesto San Giovanni, in quel periodo il club più importante d’Italia e uno dei migliori in ambito europeo. Al GEAS, guidato da un eccellente coach come Dante Gurioli e circondata da giocatrici fortissime e alcune vere fuoriclasse come Bocchi, Bozzolo e Sandon, conquisto due scudetti consecutivi e nel 1978, nella finale di Nizza, sollevo addirittura al cielo la Coppa dei Campioni. Insomma, nel giro di cinque anni passo dal tornei dell’oratorio al tetto d’Europa. Se non è una favola a lieto fine questa, mi risulta difficile pensare cos’altro potrebbe essere. Il tutto, però, si è realizzato passando per due strade: la felicissima intuizione di coach Cattaneo a Busto, che in me ha visto qualcosa che nemmeno io sapere di avere, e la fantastica atmosfera trovata a Busto nei miei primi approcci alla pallacanestro “seria”. Se non avessi avuto l’una o l’altra cosa il mio sogno sarebbe probabilmente rientrato ed io, serenamente, avrei continuato a lavorare come impiegata, come in effetti ho comunque sempre fatto anche negli anni da professionista nel GEAS. Se sapeste quanti giorni di ferie ho sacrificato per poter fare allenamenti fuori programma, andare in trasferta e per giocare a basket”. 

Oggi Lella Battistella cosa fa? Sappiamo che lei è la mamma di un buonissimo giocatore come Andrea Crosariol quindi, sarà  ancora impegnata nel basket.
“Vivo ad Abano Terme e da qualche anno sono in pensione. Ovviamente, parlando di pallacanestro, seguo con interesse la carriera di Andrea, ma in verità il basket di oggi non mi attira più di tanto. Il gioco è spesso confusionario e farraginoso e, inoltre, ci sono troppi stranieri, tanti dei quali non all’altezza del compito. Del “mio basket giocato” mi rimangono le belle amicizie con alcune ragazze conosciute nel GEAS e con Lodini, meravigliosa compagna dei tempi bustocchi. Bei tempi, quelli, davvero irripetibili”. 

Massimo Turconi

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