Corre veloce la navetta sul “telaio” della vita di Alberto Prina. Corre infilando in bella sequenza la trama e allineando l’ordito di un’avventura cestistica, umana e professionale meritevole di essere raccontata. “In verità l’avventura cestistica è iniziata per scelta, ma come seconda opzione perché sotto il profilo sportivo – racconta con un mezzo sorriso Prina, classe 1964 -, nasco come tennista seguendo le orme di mio padre che è stato un buon giocatore e in coppia con Ferrari, campione italiano di doppio nella categoria over 60. Papà, ovviamente, spingeva per la racchetta e vedendo le mie qualità mi ha iscritto al Tennis Club Bonacossa, il top club di Milano. Per questa società sono stato finalista nella Coppa Lambertenghi, il torneo Under 12 più importante e prestigioso in campo internazionale e, come si suol dire, sotto la guida del Maestro Bertuccelli, avevo davanti, ben spalancata, una probabile carriera sulla terra rossa. Nel frattempo però, tra uno smash e l’altro, giocavo a pallacanestro all’oratorio o al campetto con i miei coetanei”.

Quando molli racchette, palline e Superga bianche per dedicarti solo alla pallacanestro?
“Gioco a tennis per altri due anni, ovvero fino a quando il ritmo degli allenamenti e soprattutto la logistica – andare da solo a Milano quattro-cinque volte la settimana – iniziano a diventare davvero pesanti. La pallacanestro in quel periodo rappresenta un modo per stare con gli amici e i compagni di classe mentre col tennis sono sempre da solo o al massimo col Maestro e, ovvia conseguenza, mi annoio. Inoltre, elementi di una certa importanza, anche col basket ci so fare abbastanza, i risultati ottenuti sono più che positivi e il divertimento è certamente maggiore. Poi, a farmi cambiare idea contribuisce, non poco, il flautato invito di Marco Dellacà (playmaker di grande talento, classe 1961, ndr) che, nelle vesti di ambasciatore probabilmente di coach Bruno Brumana, mi chiede di fare un provino la Pallacanestro Varese al termine del quale mi ritrovo con addosso la maglia della squadra Allievi dell’Emerson Varese e la lancetta della felicità vola a fondo scala. Dopo quel primo approccio quasi improvvisato, comincio una carriera giovanile intensa e soddisfacente perché in ogni stagione tagliamo il traguardo delle Finali Nazionali anche se, grosso rammarico, in qualche occasione arriviamo “in zona”, ma non riusciamo mai a giocarci davvero lo scudetto”.

C’è una ragione a tutto ciò?
“In un paio di circostanze arriviamo alle gare che contano pagando acciacchi e guai fisici ai danni dei giocatori più importanti, mentre in altre edizioni delle finali Cadetti e Juniores bisogna oggettivamente riconoscere la forza e la grande qualità dei nostri avversari. Infatti, al di là dei nostri risultati, mi fa piacere sottolineare il livello altissimo della competizione la presenza di tantissimi ragazzi che in seguito hanno scritto la storia della pallacanestro negli anni ’80 e ’90”. 

Tuttavia, quello che non raccogli con la Pallacanestro Varese lo ottieni con la maglia delle giovanili azzurre.
“Il mio percorso con le Nazionali giovanili è ricchissimo e per certi versi addirittura straordinario dal momento che ho avuto la fortuna, il privilegio e l’onore di poter giocare da protagonista in una Nazionale giovanile di valore assoluto grazie alla presenza di Gus Binelli, Boni, Iacopini, Bosa, Martin, Sala e compagnia. Con quel gruppo, peraltro allenato da una figura iconica come coach Sandro Gamba, arriviamo secondi ai Campionati Europei, battuti in finale solo dalla Russia dell’immenso Sabonis”.

Torniamo a Varese e al vostro gruppo 1964-1965. Una squadra che nella lunga storia delle formazioni giovanili varesine è riconosciuta come una delle più promettenti e attrezzate.
“Diciamo che il lavoro svolto da dirigenti e allenatori ha prodotto risultati più che buoni visto che ben 3 giocatori di quella formazione – Vescovi, Ferraiuolo e Gatti -, sono stati protagonisti ad alto livello in A1 e A2, ma tutti gli altri sono diventati comunque giocatori di rilievo e spessore in altre categorie”.

E tu?
“In tutta sincerità e umiltà: non avevo il passo per giocare in serie A1, ma allo stesso tempo, senza falsa modestia, posso dirti che in serie A2 potevo starci abbastanza tranquillamente, soprattutto dopo la durissima, impegnativa, ma bellissima gavetta fatta per tre anni da aggregato in Serie A. Le mie stagioni con Turisanda e Cagiva e successivamente con Ciao Crem sono state utilissime e perfette per forgiarmi, capire come ci si doveva allenare e approcciare alla pallacanestro professionistica. Purtroppo, però, il mio “assaggio” con il basket “Pro”, a Fabriano in serie A2, non esattamente esaltante, mi lascia la sensazione di essere capitato nel posto giusto, ma nel momento sbagliato. E, si sa, certi treni passano una volta sola e spesso salirci sopra e viaggiare, e viaggiare, non è solo questione di talento o impegno”.

Dopo Fabriano?
“Dopo la breve esperienza marchigiana, torno a Varese e fortunatamente incontro Gianni Chiapparo il quale, da uomo intelligente e sensibile capisce la mia situazione e mi “restituisce” alla pallacanestro giocata offrendomi la possibilità di giocare in B1 alla Robur in un gruppo di ottimi giocatori, ma più di tutto grandissime persone e grandi amici con cui ci frequentiamo ancora oggi. In Robur trascorro un paio di stagioni bellissime che mi fanno riprovare il piacere di allenarmi e di vivere intensamente il parquet e lo spogliatoio. Purtroppo però quella che sembra essere una favola assume i contorni del dramma a causa di un gravissimo infortunio al ginocchio che darà il via ad un lungo calvario perchè in conseguenza di interventi chirurgici sbagliati, non sarò più il giocatore fisicamente brillante e atleticamente intenso visto fino a quel momento. Così, a soli 26 anni, con dentro tanto, troppo rammarico, sono costretto ad appendere le scarpe al chiodo e a mandare nell’album dei ricordi una dozzina d’anni che sotto il profilo sportivo sono stati i più belli della mia vita”.

A quali allenatori sei più legato? 
“Devo molto a Brunetto Brumana, un coach dotato di grandissima umanità e assolutamente meraviglioso per il livello giovanile. Tra i senior porto nel cuore coach Gianni Chiapparo, figura determinante in un momento delicato della mia carriera, ma sono grato anche a Riccardo Sales, allenatore tra i più preparati, e Joe Isaac, coach decisamente unico dal punto di vista emotivo”.  

Oggi invece c’è ancora basket nella tua vita?
“La pallacanestro è ancora presente in qualche rarissima partitella con amici e con qualche partita vista a Masnago o in televisione. Invece lo sport, quello vero e praticato quasi quotidianamente è il golf. Una disciplina che ho abbracciato  grazie a Toto Bulgheroni e ora è diventato folle, limpidissima passione. Nel golf ho ritrovato il gusto della massima concentrazione da riversare nel gesto tecnico, ma anche il piacere adrenalinico di una duplice competizione. Quella contro se stessi e quella contro una  pallina che, ferma e un po’ beffarda, ogni volta sembra volerti sfidare. Però, oltre al golf devo ringraziare anche le immersioni subacquee che mi hanno offerto l’opportunità di conoscere Maria Paola, la mia fantastica moglie con la quale abbiamo avuto tre splendide figlie: Eugenia, classe ’99; Benedetta, classe 2001 e Cecilia, classe 2003. Benedetta è l’unica che ha giocato a pallacanestro nelle giovanili di Varese”.    

Infine, c’è la tua attività imprenditoriale.
“Esatto: ormai sono 30 anni che ho rilevato l’azienda tessile fondata da mio padre. Un lavoro in cui cerchiamo, orgogliosamente e tenacemente, di offrire prodotti di qualità elevata. Una qualità che ci ha permesso di affrontare e superare le note difficoltà vissute dal settore e, a Dio piacendo, tra un paio d’anni ci consentirà di festeggiare il cinquantesimo anniversario dalla sua fondazione”.

Dunque continua a viaggiare, sempre veloce, la navetta di Alberto Prina su un telaio che, giorno dopo giorno, produce una tela resistente e gradevolissima nelle sue accattivanti sfumature. Le stesse che in questo autunno dai mille colori rendono piacevole passeggiare sul “green”. A questo punto concludere con un “beato lui”, pare davvero il minimo.  

Massimo Turconi

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