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Coronavirus, Sport Disabili

Claudio Arrigoni: “Lo sport dia speranza. Tokyo? Splendida vetrina… anche nel 2021”

C’era una volta un sogno a cinque cerchi… ma siamo ancora in tempo per potercelo permettere? L’interrogativo frulla nelle nostre menti da quando il maledetto Coronavirus si è intrufolato nelle nostre vite e tutto ciò che prima era certezza ha cominciato a scricchiolare. Tramontato ufficialmente il sole sulle possibilità di vedere all’opera quest’anno i nostri atleti ai Giochi di Tokyo – rinviati al 2021 -, travolti da una informe ondata mediatica, facciamo chiarezza attraverso le parole di uno dei giornalisti più accreditati del mondo paralimpico, firma della Gazzetta dello Sport, Claudio Arrigoni.

claudio arrigoni 01Da giornalista, come trattare la comunicazione in questo contesto particolare?
Al di là dello sport, credo che il nostro compito sia quello di combattere le fake news, tornare ad uno dei capisaldi della professione. La prima cosa è fare in modo che le informazioni siano corrette, ma anche dare il giusto peso alle notizie. Naturalmente capita di drammatizzare, però penso che la nostra missione di giornalisti sportivi e dello sport in generale, attraverso una manifestazione come le Olimpiadi, sia anche quella di dare speranza.

Lei è un cultore della correttezza lessicale nel giornalismo, non solo riferito al mondo paralimpico. È giusto utilizzare il termine “guerra” descrivendo la situazione che stiamo vivendo?
Ci sono diverse correnti di pensiero e non mi sento di sconfessare quelle a cui non aderisco. Francamente se in altri settori, come quello sportivo, mi infastidisce sentir usare il lessico di guerra, in questo caso posso comprendere. La situazione che ci troviamo ad affrontare è complicata e gli effetti della diffusione del Coronavirus sulle nostre vite possono essere abbastanza simili a quelli che si verificherebbero nel corso di una guerra. Ma in guerra però ci sono bombe, c’è distruzione perciò preferirei che si parlasse degli scienziati, dei medici, che si ponesse l’accento sulle scoperte, sulle ricerche e gli studi che si stanno facendo.

C’è chi aveva avuto dubbi sul rinvio di Tokyo 2020 perché si sarebbe spezzato il sogno olimpico di centinaia di atleti. Se fosse stata sua la scelta cosa avrebbe fatto?
Il sogno olimpico rimane vivo, ma dopo il rifiuto di Canada e Australia mi è sembrato scontato che la direzione intrapresa fosse quella del rinvio almeno al 2021 delle Olimpiadi. Se la responsabilità fosse stata mia, penso che allo stesso modo avrei provato a verificare le possibilità di svolgimento nel prossimo anno, ovviamente nella salvaguardia degli atleti.

Abbiamo assistito a diversi episodi di incertezza e confusione nelle decisioni prese dalle varie leghe calcistiche ma non solo. Il mondo paralimpico come ha affrontato la situazione?
C’è stata grande compattezza: si è deciso di fermare tutto e subito. Successe anche nel caso del doping tra gli atleti russi, il Comitato Internazionale bloccò tutto. Forse funziona tutto con più fluidità perché quella paralimpica è una realtà più giovane.

Riavvolgiamo il nastro, quando è scattata la scintilla con i paralimpici?
Ero molto giovane, impegnato nel sociale, fu una casualità. Scrivevo su La notte, il giornale del pomeriggio di Milano, e cominciavano le prime gare paralimpiche negli anni Ottanta. Mi dissero di seguirle. E come tutti quelli che conoscono questo mondo poi se ne innamorano. Sono rimasto affascinato non dalle loro disabilità, ma dalle abilità di questi atleti, dalle loro storie. Internet ancora non c’era perciò per potersi documentare sulle storie internazionali bisognava partecipare alle gare. Entrare in questo mondo è stato semplice anche perché negli anni non ho trovato colleghi ma amici.

Tra tutte queste storie che ha incontrato c’è però un nome che è sinonimo del mondo paralimpico?
Tony Volpentest – 47enne statunitense, campione paralimpico di sprint – credo che lui sia stato il più grande di sempre. Fu lui a fornite le prime protesi a Oscar Pistorius. Fu sempre lui che diede inizio ad una tradizione che porta gli atleti stessi a studiare nuove soluzioni per le proprie protesi, handbike ecc. Siamo ancora amici e io, senza di lui, probabilmente non farei quello che faccio attualmente.

Quando tutto ciò finirà forse daremo meno per scontato certe cose. Non crede che la lezione che costantemente ci insegna il mondo paralimpico possa essere efficace, più che mai in questo momento?
Si sono alternati in questi giorni tantissimi ottimi esempi di sportivi, più o meno famosi, come Alex Zanardi e Bebe Vio e molti altri che stanno affrontando con grande saggezza questo momento. Facendo un paragone con il mondo olimpico direi che sicuramente quello paralimpico ha dimostrato molta più attenzione. Ma del resto i valori che questi atleti portano ogni giorno sul campo sono strettamente legati alla nostra vita.

Negli ultimi anni abbiamo apprezzato gli atleti paralimpici e il loro mondo sempre più nel profondo. Quale sarà il prossimo passo per una realtà come questa?
Lo sport paralimpico e gli atleti stessi hanno grandi margini di miglioramento. Ci sono potenzialità sotto il profilo del seguito e della percezione da parte del pubblico, ma anche tecnici. E una serie di cose da migliorare nelle classificazioni. I Giochi di Tokyo saranno comunque una grandissima vetrina per il movimento internazionale, anche con un anno di ritardo.

 Alessio Colombo