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Il calcio nel dna. Andrea Beretta, la Belfortese e i playoff a Verona

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Il calcio nel dna. Andrea Beretta, la Belfortese e i playoff a Verona

La Belfortese fu una delle sorprese dello scorso campionato di Prima Categoria: da neo-promossa arrivò a giocarsi i playoff. Questa società è dunque ormai considerata una certezza e non può stupire che in questa stagione sia di nuovo nei piani alti della classifica, anche perché buona parte della rosa dello scorso anno veste ancora il biancorosso. In mezzo al campo c’è sempre il capitano, Andrea Beretta (centrocampista classe ’85), che può vantare cinque stagioni e più di 100 partite ufficiali con questa maglia.

Quella di Beretta è la storia di un ragazzo che, per DNA familiare, non poteva che essere destinato a calcare i campi da calcio. Il padre Carlo è stato per lunghissimo tempo calciatore, in particolare ad Induno, e anche i fratelli minori di Andrea hanno mostrato negli anni tutto il loro talento: Giovanni (classe ’86, soprannominato il Cobra e attualmente in Eccellenza al Brugherio) si è fatto strada a suon di gol in Serie D ed Eccellenza, in particolare a Besozzo, Vergiate e Solbiate; Giacomo (classe ’92, attualmente al Carpi) ha esordito in Serie A con il Milan e ha siglato 10 reti in carriera in Serie B.

Andrea, come molti altri giocatori della Belfortese e dell’intera provincia, ha mosso i suoi primi passi nel Bosto e a Capolago ha fatto tutta la trafila fino agli Allievi. Dopo l’uscita dal vivaio gialloblù per Beretta ci sono stati diversi anni tra Serie D ed Eccellenza: a Solbiate (con la Solbiatese ha vinto il girone degli Juniores Nazionali e ha esordito in D), a Sesto (con la Sestese ha vinto il campionato di Eccellenza), a Besozzo, a Pombia e a Vergiate. Poi è arrivato l’approdo alla Belfortese, quando la società militava in Terza Categoria.

Come mai hai scelto di ripartire dalla Belfortese?
«I motivi sono principalmente due: da un lato ho iniziato a lavorare, dall’altro ero amareggiato per l’ambiente che avevo trovato a Pombia e mi era anche venuta voglia di smettere. Giocare a calcio, però, mi piace troppo e per cui la Belfortese mi è sembrata un’ottima possibilità. Qui mi trovo bene e mi diverto: da quando sono arrivato ho fatto un anno di Terza Categoria, due anni di Seconda e adesso siamo al secondo anno di Prima».

Che dire del fattore Capolago nel tuo percorso? La Belfortese si allena e gioca nel centro sportivo del Bosto, la squadra in cui sei cresciuto.
«Questo posto è stato l’inizio e probabilmente sarà la fine della mia carriera. La mia decisione di venire qui si può anche interpretare come un viaggio in cui uno parte da un posto e, quando è vicino a smettere, decide di tornare dove è cresciuto. Certo, adesso è molto diverso rispetto a quando ero ragazzo: una volta c’era il campo in terra e mi ricordo il polverone in estate e i problemi d’inverno con le scarpe rotte per il ghiaccio. Adesso con il sintetico c’è uno degli impianti più belli della provincia e forse non solo. Così almeno le scarpe mi durano un po’ di più!».

Qual è stato il gol più bello che hai segnato e quale invece il più importante?
«Quando giocavo in Eccellenza al Verbano siamo andati in trasferta nel Pavese contro l’ODB Valle Salimbene. Ho recuperato palla a metà campo e l’ho passata ad Albino, un giocatore fortissimo: la metteva letteralmente dove voleva. Me l’ha restituita sull’uno-due e io l’ho stoppata di petto: il portiere era un po’ fuori dai pali, così ho deciso di fare il pallonetto. È andata bene! Il gol più importante l’ho segnato l’anno scorso nei Playoff contro il Gorla. Non è un bel ricordo di squadra perché loro hanno poi rimontato, ma con quel gol siamo stati per 40 minuti virtualmente qualificati al turno successivo».

Alla Belfortese sei il capitano. Come interpreti questo ruolo?
«Bisogna saper dare sempre l’esempio, ma anche saper scegliere il modo in cui è meglio farlo. Qualche anno fa qua non c’era tanto l’abitudine di parlare dentro e fuori dal campo, per cui cercavo di dare molto di più il mio contributo sotto quell’aspetto. Ora la squadra è più esperta, non ha bisogno di tanti incitamenti: adesso tento di dare un esempio più silenzioso, lasciando parlare i gesti e il campo».

Parliamo della tua famiglia: tutti calciatori, a partire da tuo padre.
«Lo chiamavano il Bomber della Valceresio: quando sente questo soprannome si gasa ancora oggi, apre la ruota come un pavone! Gioca ancora a calcio con i suoi amici, al giovedì. Ha fatto una vita ad Induno: ha giocato là per 21 anni, poi ha iniziato a girare e tra l’altro ha giocato anche nella Belfortese. Lui è una punta, come d’altronde quasi tutti in famiglia…».

Tutti attaccanti tranne uno…
«Ma io infatti ho sbagliato tutto! Avrei dovuto fare la punta anch’io, altro che il centrocampista!».

Come ti tieni aggiornato con i tuoi fratelli sulle vostre rispettive avventure calcistiche?
«Fino a Verbano io e mio fratello Giovanni abbiamo praticamente sempre giocato insieme: magari in due categorie diverse per questioni di età, ma nella stessa società. La questione con lui si è posta solo negli ultimi anni. Una volta comunque era più difficile tenersi aggiornati: bisognava aspettare almeno un’ora e mezza dalla fine delle partite e ci dovevamo chiamare. Adesso con le varie applicazioni sai tutto subito. Però è meno affascinante perché con le telefonate capivi subito dal tono di voce e potevi fare degli scherzi, ad esempio fingere una voce triste per poi dire che avevi vinto. Ci teniamo sempre in contatto, siamo i primi tifosi l’uno dell’altro».

Tuo padre era il Bomber della Valceresio, Giovanni è il Cobra, Giacomo è Calibro 9…tu?
«Il mio soprannome è Mastro. Non l’ho scelto io, d’altronde i soprannomi si ricevono. È nato per gioco tanti anni fa: io e un mio amico ci dovevamo riconoscere su un sito, ma non sapevo che nickname scegliere. Così lui mi ha suggerito Mastro Lindo e da quel giorno Mastro mi è rimasto appiccicato addosso. Ma mi piace anche, dà un po’ l’idea di maestro!».

Sei anche un grande tifoso del Varese: che ricordi hai degli anni della B?
«La prima partita che mi viene in mente è la trasferta di Verona nei Playoff perché è stata una giornata perfetta. Di quella stagione ricordo anche la vittoria sul Pescara di Zeman, una delle partite più avvincenti che ho visto dal vivo: non solo per il 2-1 finale, ma anche perché di là c’era una squadra formidabile con Verratti, Insigne e Immobile in campo. Nell’ultimo anno di B invece ho fatto quasi tutte le trasferte ed è stata un’esperienza piacevole perché in quei casi si condividono il viaggio e i racconti con persone che hanno la tua stessa passione. Il gruppo dei tifosi del Varese è veramente bello, mi sono trovato benissimo con loro».

Beretta Rigore VareseL’anno scorso hai giocato contro il Varese in amichevole e hai avuto a disposizione un rigore, però…
«Mi raccomando! Devi scrivere che l’ho sbagliato apposta perché non potevo segnare contro la mia squadra del cuore [ride, ndr]!».

 

Filippo Antonelli