Your message has been sent, you will be contacted soon

Call Me Now!

Chiudi

Pallacanestro, Personaggio

Tanti chicchi di Chicca Macchi: “A Como per diventare giocatrice. Botte, urla e tanta fatica” – PARTE 4

Chicca Macchi approda in Comense nella stagione 1999-2000 e, a vent’anni appena compiuti, può giustamente toccare il cielo con un dito. O no?
“Se devo dire la verità durante i primi sei mesi in Comense, più che il cielo, penso di aver toccato l’inferno con entrambe le mani – ricorda con una similitudine piuttosto diversa la giocatrice varesina -. Per me che arrivo dalla “comfort zone” varesina, dove ho lasciato tante amicizie e un clan molto affiatato e sereno, l’impatto con l’ambiente bianconero è devastante. Passare dallo spogliatoio varesino a quello comasco è come passare dal Carnevale di Rio ad una Messa da Requiem e l’accoglienza è fredda a livelli polari. Nello stanzone, che di solito è il segreto dove nascono i successi, o le sconfitte, di tutte le squadre c’è un’atmosfera sempre silenziosa, le mie nuove compagne sono tutte molto riservate e, di fatto, nessuno mi si fila, neanche di striscio, neanche fossi eterea. In allenamento, invece, accade esattamente il contrario: tutte che gridano, urlano, danno ordini e, soprattutto, mi menano dall’inizio alla fine come se fossi il loro “sacco per pugili”. Dopo alcune settimane di questo andazzo dico a mia madre: “Mà, io a Como non vado più. Quelle donne sono tutte pazze da legare!”. Mia mamma Giovanna, saggia, mi risponde secca: “Fai come vuoi e come ti senti, ma non penso che in altre squadre troverai un clima migliore e, comunque, se molli adesso davanti alle prime difficoltà, mollerai per sempre”.

O.K mamma. Incassata la lezione mi rimetto al lavoro e continuo a mangiare pane duro in allenamento e in spogliatoio. Coach Aldo Corno mi fa giocare con il contagocce, le mie compagne non mi filano e la mia prima stagione, lo capirò solo in seguito, prosegue nel solco della “tradizione Comense”: se vuoi giocare e stare a quel livello devi smettere di piagnucolare, rimboccarti le maniche e darti da fare al mille per cento in ogni situazione. Poi ad un certo punto dell’anno arriva, provvidenziale, l’intervento della mia capitana: Viviana Ballabio. La “Vivi”, donna stupenda e grandissima giocatrice, da tempo legge e “studia” le mie difficoltà, mi prende da parte e con parole semplici, ma profondamente decisive mi dice: “Allora, Chicca: adesso tu fai un bel respiro, ti rilassi, smetti di essere incazzata col mondo intero e, al contrario, ti guardi attorno e cerchi di capire dove sei. Sei in Comense, la società numero 1 d’Europa e, come compagne di squadra hai giocatrici fortissime, vere campionesse. Però, se i dirigenti del club ti hanno voluto qui significa che ti reputano all’altezza del compito e del tutto in grado di far parte di questo gruppo. Quindi, pensa solo ad allenarti nel miglior modo possibile, affronta questo periodo con serenità e pazienza, cerca di imparare tutto e bene e, tranquilla, vedrai che il tuo tempo arriverà. Noi, lo staff tecnico, i dirigenti siamo qui per aiutarti, ma la parte importante e fondamentale la devi mettere tu. Vedrai che ce la farai”.

Il discorso “della Vivi” illumina la mia strada e cambia improvvisamente le mie prospettive. Le rende finalmente chiarissime. Da quel momento in poi tutto migliora: rendimento in allenamento, in partita, rapporto con le mie compagne e con tutto l’ambiente. Non a caso in Comense rimango la bellezza di sette anni. Sette campionati durante i quali crescono minutaggio, spazi di gioco, opportunità, responsabilità, apprezzamento e rispetto generale nei miei confronti. La società dopo un d’anni cede una stella come Kuznetova e dietro alla sensazionale Mary Andrade piazza me e Masciadri: tre giocatrici per un posto. Così la competizione tra noi è sempre elevatissima e nessuna può mai rilassarsi, essere sicura e dormire tra due guanciali”.

In Comense, stagioni 2002 e 2004, vinci i primi scudetti.
“Sì, gioie immense e la sensazione di essere arrivata finalmente in cima. Tuttavia, stranamente, ricordo di più un paio di palloni persi in maniera stupidissima negli ultimi minuti della finale scudetto persa contro Taranto. Per un mese ho avuto gli incubi, rivivendo mille volte quei momenti terribili. Però è anche vero che quegli erroracci mi hanno aiutato a capire che ogni possesso è determinante e può essere fondamentale nell’arco di una partita”.

 

Fine della quarta puntata: to be continued… 

PARTE 1
PARTE 2
PARTE 3

Massimo Turconi