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Calcio

Caccia… al Mondiale. Germania 2006, il dominio degli sponsor

Germania 2006. Ci credevo. Stavolta pensavo che il mio Brasile avrebbe disputato un grande mondiale. Ero certo che saremmo stati protagonisti. Ed invece, in simbiosi con il mio eroe Odisseo, fui costretto a subire l’ennesima maledizione. Poseidone mandò gli sponsor a tarpare le ali… Il Re è nudo. Il Brasile non c’è più. Sua Maestà il Brasile torna a casa. Ecco alcuni degli stucchevoli titoli dei giornali, non solo sportivi, a commento della clamorosa eliminazione della Seleçao dal mondiale di calcio. In realtà, è tutto molto semplice. Ci ero cascato pure io.
Dopo le prime opache prove di Ronaldinho & C., pensai ad una preparazione atletica  mirata a raggiungere il top della forma per la partite importanti. Croazia, Australia, Giappone e Ghana, in verità, non hanno costituito test probanti e ognuno di noi, sia devoti verdeoro che semplici amanti del bel calcio, attendeva il match con la Francia come la Resurrezione, la Pietra filosofale, l’Eldorado di un sogno chiamato Brasile. Tutto finto. Una bufala, una presa in giro. I ragazzi in maglia gialla, probabilmente, non si sono mai allenati, hanno palleggiato per gli sponsor, la pubblicità, i fotografi, i tifosi a migliaia nel ritiro premondiale di Weggis. Hanno costruito una straordinaria scenografia, tessuto una trama da telenovelas con la complicità della CBF, la Federazione calcistica brasiliana. Amichevoli senza senso pagate fior di petrodollari negli Emirati Arabi ed in Kuwait, costretti persino ai 17 gradi sottozero di Mosca. Dopo la Confederation Cup, giocata splendidamente l’anno precedente, mai un banco di prova importante. Ancora partitelle con avversari di terza fascia, per la televisione, per il circo mediatico. Eppure tutti a considerare i nipotini di Pelè comunque i favoriti, la squadra da battere, gli extraterrestri. E’ vero, se gli undici apostoli verdeoro si presentano in condizione fisica ottimale, nessuno, su questo pianeta, è in grado di superare il Brasile. Ma questa volta gli attori hanno tradito. Supponenti, pensavano che bastasse la tecnica individuale, peraltro smisurata. La Francia ha giocato da squadra. Corsa, raddoppi di marcatura, fasce presidiate, ordine tattico e tanto sacrificio. Roberto Carlos (in foto) è l’immagine di questo Brasile. Piegato, mani sulle ginocchia, non si cura minimamente di Henry che lo lascia sul posto e corre ad insaccare il gol vittoria. Immobile, stanco di non allenarsi. Come tutti, o quasi, i suoi compagni. Non serve chiedere a Ronaldinho di fare la differenza, non può. Inutile stracciarsi le vesti per il modulo tattico con Juninho, si perde nel mare della “crisi di governo” brasileira.
Probabilmente il prof. Parreira sapeva già tutto. Mi ha illusi, ha usurpato il mio sogno e quello di 180 milioni di brasiliani. Effettivamente, ora è tutto più chiaro e limpido. Hanno provato a copiare il compito in classe. Ma senza sacrificio lo sport è nulla, la presunzione non paga mai. Come nel 1938, con il selezionatore Ademir Pimenta che non schierò in campo Leonidas da Silva. Bene. Si riparte. Siamo sempre sul tetto del mondo. Cinque titoli mondiali, irraggiungibili. E l’emozione di vedere risaltare, dal verde del prato, il giallo oro di una maglia, simbolo, per volere divino, dell’essenza stessa del calcio, della musica, della vita.

Marco Caccianiga